|
|
|
Il Calendimaggio di Assisi (talvolta anche trascritto Kalendimaggio) è una festa che si tiene ogni primo giovedì, venerdì e sabato di maggio di ogni anno, per festeggiare la primavera. Si sfidano, per la conquista del Palio, le due Parti nelle quali è divisa la città, la Nobilissima Parte de Sopra e la Magnifica Parte de Sotto, attraverso lo svolgimento di cortei in costumi medievali (circa XIII secolo - metà del XV), scene recitate ed esibizioni musicali: a decretare la Parte vincitrice è una giuria, composta da esperti di fama internazionale, cioè uno storico, un musicologo e una personalità dello spettacolo.
STORIA
La festa del Calendimaggio vuole riprendere e far rivivere antiche consuetudini pagane che celebravano, in questo periodo, il ritorno della primavera e quindi il rinnovarsi del ciclo della vita, feste e riti in uso presso l'antico popolo degli Umbri.
A ciò si unisce la tradizione delle "canzoni di maggio", composizioni di poesie da ballo e di canti, attestate anche nelle cronache antiche e nei documenti che riguardano la vita di San Francesco, ma che alla fine del Medioevo subirono probabilmente anche l'influenza provenzale e francese: esse erano eseguite da brigate di giovani che si spostavano nei vari rioni della città, all'inizio, appunto, del mese di maggio.
La terza componente della festa risale anch'essa al Medioevo, quando Assisi, all'inizio del XIV secolo, raggiunse il massimo dello splendore ed iniziarono le divisioni interne, d'altronde ben presenti nel panorama delle lotte comunali di tutta Italia, tra una "Parte di Sopra" e una "Parte di Sotto", facenti capo alle famiglie rivali prima dei Brancaleone e poi dei Nepis per la Parte de Sopra e dei Fiumi per quella de Sotto.
Durante questi periodi di lotte civili però si mantenne sempre viva la consuetudine di celebrare la festa della primavera, che prese il nome di Calendimaggio e durante la quale si usava eleggere un Re della festa. Questa consuetudine si protrarrà per secoli, per poi essere profondamente rinnovata - ma sempre nel rispetto dell'antica tradizione - nel XX secolo: in questa nuova forma del tutto originale, essa fu celebrata per la prima volta nel 1927, quando cantori delle diverse "cappelle" cittadine si riunirono per cantare serenate ispirandosi a consuetudini dei tempi andati. La festa venne sospesa durante la seconda guerra mondiale, ma riprese vigore nel 1947; nel 1954, infine, per iniziativa di alcuni intellettuali assisiati, assunse la struttura che conserva tuttora. (fonte: it.wikipedia.org)
SVOLGIMENTO DELLA FESTA
Il Calendimaggio inizia nel pomeriggio del giovedì, con la benedizione dei vessilli presso la cattedrale di San Rufino e la consegna delle chiavi della città al Maestro de Campo, che riceve anche il Palio dalla Parte vincitrice l’anno precedente.
Nella notte iniziano le scene di Parte, sicuramente uno dei momenti più suggestivi della festa. Si tratta di spaccati di autentica vita medioevale ambientati nei quartieri delle Parti, con una ricostruzione dettagliata dell’epoca infarcita di eventi spettacolari che comprendono recitazione in dialetto e lingua volgare, fuochi, musiche, ecc. La scenografia è mozzafiato, considerata la splendida conservazione della città, illuminata nella circostanza esclusivamente da torce e fiaccole. L’immersione nel Medio Evo è autentica.
Il Venerdì è il giorno dell’elezione di Madonna Primavera, scelta tra dieci giovani ragazze, cinque per ogni Parte. La ragazza verrà eletta tra lquindi a Parte che si aggiudicherà i giochi medioevali (tiro alla fine, corsa delle tregge e tiro con la balestra). La Parte vincitrice farà gareggiare cinque arcieri, ognuno dei quali avrà abbinato il nome di una ragazza. Il vincitore della sfida farà così eleggere la sua “madonna”.
Nella notte ancora scene di Parte.
Nel pomeriggio del sabato i cortei delle due Parti entrano in piazza, accompagnati dai tamburi e dai musici. Scenografie create per l’occasione e la recita ironica e piena di sarcasmo, a volte anche con punte di cattiveria, ma sempre con un alto livello di bravura, del Bando di Sfida garantiscono uno spettacolo nello spettacolo. Nella notte, alla luce delle fiaccole, delle torce e di altri fuochi, i cortei rientrano nella Piazza. I cori delle due Parti intonano tre brani di sfida. I pezzi, scelti in un periodo storico non successivo alla metà del Quattrocento, sono giudicati da un giurato esperto in materia. Al termine la giuria si riunisce, anche per ore, nel palazzo del Capitano del Popolo per emanare il verdetto, la cui comunicazione, ad una piazza strabordante ed in frenetica attesa, spetta al Maestro di Campo, il quale dichiara al popolo di Assisi la Parte vincitrice del Palio.
|
|
|
|
FESTA DEI CERI
La Corsa dei Ceri di Gubbio è senza dubbio una delle feste più famose nel mondo: è la più sensazionale, la più eccitante, la più pazza corsa alla quale vi possa mai capitare di assistere. Si celebra il 15 di maggio, vigilia di S. Ubaldo, e questo accade da secoli: secondo alcuni le origini della festa dei Ceri risalgono alla metà del XII secolo, quando il Comune, dopo un' importante vittoria riportata sulle città nemiche, decise di ricordare l'evento e ringraziare l'allora vescovo di Gubbio Ubaldo con una celebrazione annuale. I Ceri sono 3 enormi macchine in legno di forma ottagonale fissate in basso a delle barelle, e alte circa 7 metri, ognuna sormontata dalla statua di un Santo: S. Ubaldo, protettore dei muratori, S. Giorgio protettore dei commercianti, S. Antonio abate protettore dei contadini. I Ceraioli che trasportano i pesanti Ceri sono vestiti con colori vivaci e indossano fez, fazzoletto, sciarpa rossa in vita, pantaloni bianchi e camicia – gialla per S. Ubaldo, azzurra per S. Giorgio, nera per S. Antonio. Il cerimoniale della festa è complesso e è rimasto inalterato attraverso i secoli. I Ceri, custoditi nella Basilica di S. Ubaldo, vengono portati in città la prima domenica di maggio; al mattino del 15 maggio i tamburi suonano la sveglia al Capitano, quindi i ceraioli s'incontrano e sorteggiano i due Capitani dei Ceri; dopo la consegna del mazzolino di fiori ai ceraioli parte la sfilata per le vie della città fino, a Piazza della Signoria. A mezzogiorno suona il Campanone del Palazzo dei Consoli e avviene l'alzata dei Ceri, con ogni Capodieci che versa acqua da una brocca su un punto preciso del Cero e getta poi il recipiente in aria: questo, cadendo, va in frantumi, e la gente attorno li raccoglie per buon augurio. Inizia a questo punto la mostra dei Ceri in giro per la città, fino a che vengono posati in una via del centro. Alle ore 18 i Ceri vengono rialzati, quindi benedetti e poi ecco che inizia la straordinaria corsa lungo la discesa di via Dante; dopo una sosta in Piazza della Signoria i Ceri compiono tre "birate" e partono a gran velocità verso la Basilica di S. Ubaldo, posta sul pendio del Monte Igino. I Ceri
Sono tre strutture di legno, formate da due prismi ottagonali sovrapposti e rinforzati da un telaio interno anch'esso di legno e attraversati da un asse. Questo fuoriesce all'esterno con due "timicchioni". Quello in basso s'incastra su un supporto chiamato "barella" che ne consente il trasporto a spalla. Quello in alto permette di fissare sulle sommità tre piccole Statue che rappresentano i Santi Protettori delle Corporazioni: S. Ubaldo (patrono e protettore della città) per i muratori, S. Giorgio per i commercianti e S. Antonio per i contadini. Queste tre parti vengono assemblate insieme in occasione della Festa del 15 maggio. Durante l'anno Ceri e barelle sono custoditi nella Basilica di Sant'Ubaldo in cima al monte Ingino, mentre le statuette dei Santi sono conservate nella Chiesetta di S. Francesco della Pace detta "dei Muratori" in Via Savelli. Altri elementi del Cero sono le "manicchie", stanghe di legno posizionate in coppia ai lati. I Ceri vengono decorati la sera prima della Festa con bandierine dorate a coda di rondine nella parte superiore e nappe anch'esse dorate, nella parte inferiore, staccate dai ceraioli la mattina dell'alzata del 15 maggio e conservate come ricordo. Le "barelle" che sorreggono il Cero e ne consentono il trasporto a spalla durante la corsa, sono a forma di "H" maiuscola, costituite da due stanghe di legno parallele unite tra loro da un tavolone sempre di legno detto "barelone" su cui si incastra il Cero. Le parti libere della stanga sono chiamate anch'esse "manicchie", termine usato oggi anche per indicare i gruppi di ceraioli che si alternano sotto il Cero, scelti tra amici e parenti dalle varie zone in cui è suddiviso il territorio dei ceraioli.
Figure della corsa
Ceraioli - Capitani - Capodieci - Capocetta - Tamburini
L'alzata L'alzata dei Ceri è uno dei momenti più intensi e affascinanti della Festa. La piazza è gremita di folla che affluisce dalle vie laterali dei Consoli e XX Settembre, non è facile riuscire a trovare una buona e sicura posizione di osservazione. Il Sindaco, preceduto dai tamburini e scortato dalla polizia municipale, raggiunge la scalea del Palazzo dei Consoli per incontrarsi con il Gonfaloniere e subito dopo viene raggiunto dal Vescovo. Il Primo Capitano, l'Alfiere e il Trombettiere entrano a cavallo nella piazza, girano intorno al pennone e scendono ai piedi della scalea del Palazzo dei Consoli, inizia la cerimonia dell'investitura. Il Primo Capitano riceve dalle mani del sindaco la chiave della città e dal Vescovo la benedizione. Subito dopo, esce di corsa dal Palazzo dei Consoli il Secondo Capitano con la spada sguainata in segno di saluto verso la folla. Le autorità a questo punto si sistemano sul balcone, mentre il Secondo Capitano dà il segnale ai campanari che iniziano a suonare e ordina l'apertura completa del portone del palazzo. Nel frattempo, le barelle in cui andranno incastrati i Ceri, vengono allineate verso il lato sud della piazza. Spettacolare per il movimento di folla e per i colori, l'uscita di corsa dei tre Ceri, salutati dagli squilli del trombettiere, lungo la scalea del Palazzo dei Consoli, orizzontali sulle spalle dei propri ceraioli, S. Ubaldo si posiziona in Piazza Grande al centro, S. Giorgio alla sua destra, S. Antonio alla sinistra. Il montaggio dei Ceri è un'operazione importante e delicata, che si chiama "incaviamento" e fissa saldamente alla barella i Ceri, mediante un cuneo di ferro che entra nell'asola del timicchione, successivamente bagnato con l'acqua della brocca per farlo meglio aderire. Nel frattempo altri ceraioli fissano sulla sommità dei Ceri le statuette dei tre Santi. A questo punto il Secondo Capitano dà il segnale dell'alzata ai tre Capodieci saliti sulle stanghe del proprio Cero ancora in posizione orizzontale, che dopo aver fatto oscillare le brocche, le scagliano tra la folla assiepata, che corre ad accaparrarsi un pezzo di "coccio" come ricordo. Al suono del Campanone e in mezzo ad urla crescenti di incitamento, con un rapido movimento, i tre Capodieci si spingono in avanti e i ceraioli alzano rapidamente in verticale i Ceri che iniziano subito la corsa, uno dietro l'altro, aprendosi un varco tra la gente acclamante e compiendo tre "girate" (meno veloci delle "girate" della corsa serale) ossia tre giri in senso antiorario intorno al pennone centrale. La corsa Dopo la benedizione del Vescovo inizia alle 18 la tanto attesa corsa, fremente, impetuosa, drammatica come poche al mondo. Ceraioli e popolo sono tutt'uno nell'esaltazione di quei primi momenti in cui Capitani, Alfiere e Trombettiere a cavallo precedono al galoppo i Ceri. I Capitani dell'anno precedente danno il "via". La folla esulta, irrompe in un grido corale, compatto, "Via ch'eccoli". Si apre la marea colorata come per incanto per consentire il passaggio dei Ceri in corsa, ben piantati sulle robuste spalle dei ceraioli. La corsa si snoda per le strette vie medievali, i Ceri oscillano paurosamente, sfiorando e spesso toccando mura e finestre. Con grande abilità e anni di esperienza i ceraioli si danno il cambio in corsa; riescono a prevenire incidenti gravi, pur scivolando e spesso cadendo soprattutto in caso di pioggia. È una prova di grande forza e abilità quella di far correre il Cero il più possibile in verticale evitando "cadute" e "pendute". Questa è la vittoria, tenendo conto che non esiste il sorpasso e che i Ceri arrivano in cima al monte nello stesso ordine con cui sono partiti: Sant'Ubaldo, San Giorgio e Sant'Antonio. Il percorso che coprono i Ceri in corsa è di circa 4 chilometri e 300 metri, partendo dall'Alzatella fino alla Basilica in cima al Monte.
I° TRATTO: è un tratto difficile e pericoloso, quasi tutto in discesa, affidato ai ceraioli più esperti. I Ceri scendono impetuosamente per Via Via Dante (o Calata dei Neri), Corso Garibaldi, Via Cairoli in fondo alla quale sostano per 15 minuti. II° TRATTO: i Ceri ripartono lungo la discesa di Via Mazzatinti (o Calata dei Ferranti), poi proseguono in pianura per Piazza 40 Martiri, da lì verso il quartiere di San Martino, da cui risalgono per Via dei Consoli fino all'imbocco di Piazza Grande dove si fermano per circa 15 minuti. III° TRATTO: dopo che il Primo Capitano ha riconsegnato le chiavi della città al Sindaco, questi affacciato alla finestra della Sala Consiliare, sventolando un fazzoletto bianco, dà ordine ai Campanari di cominciare a suonare e al Secondo Capitano di riprendere la corsa. Inizia vorticosamente tra urla di incitamento e di gioia in mezzo ad una folla assiepata all'inverosimile, con le "tre birate" o "girate", ossia con tre giri simili a quelli della mattina, intorno al pennone. La corsa prosegue poi per Via XX Settembre, prima di affrontare la durissima salita del Primo e Secondo Buchetto, strade incassate tra mura e tanto strette da non consentire nemmeno l'utilizzo dei braccieri. Giunti in prossimità della Porta di Sant'Ubaldo i Ceri vengono appoggiati a terra per circa mezz'ora prima di attraversare la Porta stessa in posizione orizzontale dato l'angusto passaggio. IV° TRATTO: l'ultimo tratto della corsa si snoda interamente sulle strade sterrate del Monte. In una manciata di dieci minuti viene coperto di corsa, anche qui Ceri in spalla, un chilometro e mezzo circa di salita, formata da nove stradoni e otto tornanti, con una pendenza media del 20% circa. Qui la corsa raggiunge il culmine, incentrata sui tempi di percorrenza e sul distacco che un Cero riesce a dare all'altro, cercando di evitare nel contempo sbilanciamenti o, peggio, cadute rovinose. Lo sforzo dei ceraioli, ansanti e affannati, è al limite delle possibilità fisiche, ma l'esaltazione della festa sembra dar loro un vigore incredibile, sostenuti anche dalle grida di incitamento della folla lungo tutti i stradoni. ARRIVO: con un'ultima impennata i Ceri arrivano ai piedi della gradinata della Basilica di Sant'Ubaldo e qui la corsa si conclude con l'"abbassata" per entrare nel portale, la salita della scalea e la chiusura del portone in cima. L'Abbassata finale è di grande spettacolarità, perché avviene in piena corsa e ad essa è legata la competizione tra Sant'Ubaldo e San Giorgio per la chiusura della porta. REGOLE: esistono alcune regole non scritte, ma irremovibili e severe: l'ordine della corsa è S. Ubaldo, S. Giorgio, S. Antonio. I Ceri non possono superarsi, se un Cero cade, il Cero o i Ceri che seguono devono aspettare. Il Cero si ferma solo alle soste stabilite. I Ceri devono correre alla massima velocità possibile. L'obiettivo della festa è strettamente legato alla celebrazione del Patrono S. Ubaldo. Questo è un tributo che anche gli altri due Ceri riconoscono. L'imperativo di ogni ceraiolo è quello di contribuire al successo della corsa e al rispetto delle regole. Fare una bella figura, evitare pendute, cadute e distacchi, avere una corsa spedita, superare le possibili difficoltà, sono i punti fermi della "filosofia del ceraiolo".
|
|
|
|
La Festa d’Autunno ha antiche radici ed è legata alla Festa del Crocifisso. Dell' antica tradizione religiosa, nel corso degli anni, si perse la pratica che riprese poi modificata nel 1974. Inizialmente consisteva in un unico storico corteo e solo col passare degli anni sono sorti i tre attuali Rioni (Badia, Osteria e Pedicino), corrispondenti a tre precise zone storiche del paese. La Manifestazione si apre in notturna con la consegna delle chiavi al priore della città, al quale è affidato simbolicamente il potere della città, seguita dalla santa messa. Nelle serate successive si svolgono le suggestive sfilate storiche dei tre Rioni lungo le vie cittadine, rese ancora più spettacolari da scene e giochi di luci e fuochi; i cerimoniali medievali, ripristinati nella loro solennità originaria, quali i bandi di sfida, l'investitura dei cavalieri ed il loro giuramento di fedeltà al Rione per il quale gareggeranno; la corsa alla fiaccolata ed i giochi popolari. Culmine della manifestazione è la prima domenica di settembre, durante la quale si svolgono gli eventi più significativi: la sfilata, spettacolo di grande emozione, nella quale ognuno dei tre Rioni da vita a scene ed episodi dell'epoca medievale (XII e XIII sec.), e la giostra, l'appassionante sfida tra i cavalieri per la conquista del Palio. Un ruolo particolare riveste l'antico centro storico, che per la sua struttura architettonica si configura quale sede ideale per lo svolgimento di festeggiamenti e divertimenti vari (gare, mostre, danze, spettacoli, ecc. ...). A conferire all'atmosfera festosa una nota di serena convivialità vi sono, nelle ore serali e per tutta la durata della festa, le tipiche taverne con la loro genuina gastronomia.
Il Palio
Il Palio della Festa d' Autunno consiste in prove di abilità che i cavalieri, rappresentanti i tre Rioni, affrontano cimentandosi in tre diverse competizioni ispirate ai giochi d'armi medievali: · la corsa all'anello;
· la sfida al saracino; · lo scontro finale che designerà il vincitore.
La prima prova, divisa in due tornate, è quella degli “Anelli” che consiste nell'infilare con una lancia tre anelli di diverso diametro e diverso punteggio. La seconda, del “Saracino”, anch' essa di due tornate, consiste nel colpire la figura di un guerriero "moro" che ruota su se stessa, con all'estremità del braccio un disco con diverse possibilità di punteggio. I due cavalieri che avranno raggiunto il punteggio più alto si contenderanno il Palio in un' emozionante “scontro frontale”: vince chi tra i due colpisce per primo il bersaglio costituito da un disco applicato ad un braccio mobile.
|
|
|
|
Si tratta di una rievocazione storica con la quale si commemora il fatto più significativo della vita medioevale di Fossato di Vico, la "pubblicatio statutorum", avvenuta domenica 13 maggio 1386, con una cerimonia pubblica davanti al Palazzo Comunale, oggi piazza S. Sebastiano. Gli statuti fossatani sono tra i più antichi dell’Umbria. Con le loro regole semplici e sensate hanno retto la vita della gente per la maggior parte del secondo Millennio, essendo rimasti in auge fino all'inizio dell'Ottocento, un autentico primato di durata.
La Festa ripropone la vita fossatana del medioevo, facendo tornare per tre giorni questo splendido borgo umbro indietro nel tempo di secoli, così come tramandato dagli stessi Statuti. Si svolge in due fasi: l' Arenga, ovvero l' elezione delle autorità e di altre figure, e la pubblicazione degli statuti, che si effettua la seconda domenica di maggio.
L' Arenga L' arenga è l’assemblea con la quale vengono elette le autorità e le altre figure; è aperta a tutti i capofamiglia di sesso maschile del territorio attraverso il suono della campana della torre civica. L' arenga si riunisce sulla piazza del Castello ed è presieduta dal podestà dell' anno precedente. Nell' arenga vengono eletti il Podestà, il Vicario, il Castellano, tre sindicus (uno per ciascuna villa), un sindicus generalis, espressione del castello. I sindicus sono eletti con la maggioranza di due terzi fra i residenti nell' ambito territoriale di competenza; su ciascun nominativo presentato i convenuti esprimono il loro consenso infilando una fava nella "bussola rubea del sic" o il loro dissenso infilandola nella "bussola nigra del non". Per la segretezza del voto i bussoli sono al riparo dalla vista dei presenti e, durante l' arenga, ciascun intervento viene effettuato da un piccolo palco rialzato "locum arenghiere". Per l'elezione a ciascuna carica è necessario essere "terrigena", cioè originario, appartenente a famiglia autoctona di Fossato. Dopo essere nominato, ciascun sindicus sceglie tre consiglieri (il sindicus generalis quattro), con l' approvazione per alzata di mano da parte dell' Assemblea. Segue poi la chiamata, da parte del sindicus generalis, delle seguenti figure istituzionali: 9 statutari (anziani che hanno redatto gli statuti) 3 massari (competenti per strade, frane e reclami) 1 baiulo (messo comunale) 2 precones (banditori) 2 rationatores (revisori dei conti) 1 sapiens (un anziano) 25 custodes montium (guardaboschi) 1 camerarius (addetto alle finanze) 2 terminatores (segna confini) 1 ambaxiator (procuratore per gli affari fossatani in Perugia) 2 campanari (guardie campestri) 2 berrovieri (guardie civili) 2 collectores (esattori) 2 boni homines (stabiliscono gli affitti da pagare alle comunanze). In ciascuna elezione eventuali candidature bocciate non sono riproponibili fino alla festa degli statuti dell' anno seguente. I lavori dell' arenga si svolgono al lume delle torce.
Svolgimento della Festa
Il venerdì, dopo il suono a mano del campanone, i quattro cortei si dirigono dalla propria porta alla piazza, guidati dai rispettivi sindaci. Mentre il dicitore sta parlando, c'è un'improvvisa irruzione di “streghe” che movimentano la piazza. Corrono qua e là, urlando e una di esse legge un testo illuminato da una torcia . Dopo di che urlando spariscono. Il dicitore riprende la parola e dopo circa un minuto si apre la porta della loggia del Vicario, sulla quale appaiono le figure elette nell'arenga. A questo punto sulla loggia rimasta vuota, preannunciato dal dicitore, sale il Podestà e subito dopo il Castellano con le sue guardie va a fargli una "mostra offitiali". Quindi sulla loggia salgono anche il sindaco Generale (con in mano una copia dei Vangeli) e il Vicario (con in mano il rotolo del suo giuramento), accompagnati da un Banditore e quest'ultimo legge solennemente il bando di apertura della Festa degli Statuti. Sino alla domenica sera le 4 porte prendono possesso dei loro locali storici, delle loro chiese e delle loro piazze, sotto la responsabilità dei rispettivi sindaci. La festa prosegue nel Castello, ove si può anche assaggiare una cucina di tipo medievale. La giornata del sabato si chiuderà col grande "Focaraccio" all'ingresso del Castello, sotto la Torre. La domenica mattina mercato di tipo medievale dinanzi la chiesa di S.Benedetto, celebrazione di una messa e “Rito del Fidanzamento. Nel pomeriggio muove il corteo storico e annuncio della pubblicazione degli Statuti. In serata un concerto di musiche e strumenti medievali in S.Sebastiano chiude tutta la Festa.
|
|
|
| Località |
San Pellegrino di Gualdo Tadino (Pg) |
| Periodo |
30 aprile |
| Sito Ufficiale |
www.sterzetto.it |
| Info |
Associazione Maggiaioli: 075.918136 |
|
Comune di Gualdo Tadino – Ufficio Cultura: 075.9150256 |
|
Pro Tadino: 075.912172 |
| Fonte |
http://www.sterzetto.it/ |
Il Maggio di San Pellegrino è una delle più antiche feste d’Europa che si svolge ininterrottamente dall’anno 1004. Ogni 30 aprile gli abitanti del paesino umbro, in ricordo del pellegrino morto e del suo bastone miracolosamente fiorito, dopo aver abbattuto e trasportato fino al centro dell’abitato il pioppo più grande della zona, lo issano mediante funi e scale con una procedura affascinante e spettacolare allo stesso tempo.
SAN PELLEGRINO
L’abitato di San Pellegrino si trova posto a metà di un colle sovrastante la pianura di Gualdo Tadino; alla sua destra, verso oriente, la città di Gualdo e alla sua sinistra, a nord-ovest, quella serie di ondulate colline che arrivano fino al passo di Scheggia. Se poi si sale sulla cima del colle si può ammirare a ponente la pianura di Gubbio con il suo capoluogo.
Questa posizione geografica ha sicuramente rappresentato una componente fondamentale nella nascita e nello sviluppo di San Pellegrino che, soprattutto nell’alto medioevo, grazie al suo castello, forniva un eccezionale tassello strategico-difensivo per i signori della zona.
E la prova che San Pellegrino fosse uno dei centri più importanti di questa fascia appenninica la si evince anche dai numerosi tesori artistici presenti nel paese, primi fra tutti quelli contenuti nella parrocchiale, una tra le più ricche chiese minori della diocesi di Assisi-Nocera-Gualdo.
I MAGGIAIOLI
I «maggiaioli» sono, senza dubbio, la più antica aggregazione di San Pellegrino. Essi affondano le loro radici nei primi albori di Castro Contranense, antico nome del borgo. In quel tempo un piccolo gruppo di abitanti, forzuti e virili villici, la notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio, si recava a tagliare un pioppo per celebrare l’antico rito pagano delle “calenne di maggio”. Il rito era in origine propiziatorio della fertilità. La Chiesa, sin dal secolo XIII, ha sempre tentato di ostacolare e di estirpare simili superstizioni. Con il passare del tempo, le tradizioni pagana e cristiana si fusero e gli antichi riti pagani assunsero, sempre di più, lo spirito degli eventi straordinari cristiani. Il pioppo, nel rito pagano, generalmente veniva scelto perché era la pianta che più rispondeva all’immaginario delle primitive popolazioni per la sua altezza che avvicinava idealmente agli dei dell’universo. Successivamente, la leggenda cristiana attribuisce anche al pellegrino un bastone dal simile legno. Il “pioppo” venne chiamato anche “maggio”, dal mese in cui si celebrava il rito pagano e nel quale avvenne il ritrovamento del pellegrino.
In tempi successivi, quelli che oggi sono chiamati i «Maggiaioli» si collocarono certamente a fianco della più antica aggregazione cristiana del borgo, la Confraternita di San Pellegrino, di cui si ha notizia a partire dalla prima metà del ‘400.
L’ABBATTIMENTO
Sul far della sera, al termine di una cerimonia religiosa, i maggiaioli si recano di corsa verso il posto dove verrà abbattuto il pioppo o maggio, posto che fino a quel momento è noto solo al capomaggio, la guida dei maggiaioli.
Giunti sul luogo prescelto, con l’esclusivo utilizzo di una fune, di asce e della forza delle braccia il pioppo viene abbattuto e caricato su di un carro agricolo detto sterzetto. Insieme ad esso viene caricato anche un altro pioppo più piccolo che fungerà da punta fiorita del bastone del pellegrino. Fatto ciò i maggiaioli trasportano lo sterzetto sino alle porte del paese da dove, al suono delle campane e allo scoppio dei fuochi di artificio, partono per una emozionante corsa sino alla piazza in cui sarà piantato il maggio.
L’ALZATA
Una volta conclusa la “volata” dello sterzetto i pioppi vengono adagiati a terra e, con l’ausilio di asce, privati delle foglie, dei rami e della corteccia. Mentre alcuni maggiaioli si impegnano nella fondamentale fase della giuntura del pioppo grande con quello più piccolo, altri scavano con badili e picconi la buca nella quale verrà inserita la base del maggio.
Iniza a questo punto la parte più delicata, emozionante e spettacolare di tutta la festa, quella dell’alzata.
Nel silenzio più assoluto, in modo che si possano sentire gli ordini del capomaggio, i mggiaioli iniziano a sollevare l’albero attraverso un preciso gioco di scale e corde. Il maggio inizia la sua lenta scalata al cielo, si possono sentire le corde tendersi e le scale scricchiolare sotto la sforzo, ma alla fine la punta fiorita del maggio svetta nuovamente maestosa tra le stelle di San Pellegrino.
Nei primi giorni di aprile di ogni anno i maggiaioli piantano nuovi giovani pioppi, nel rispetto di quella natura che da mille anni dona loro la gioia di un rito così intenso.
|
|
|
|
GIOCHI DE LE PORTE
|
Località |
Gualdo Tadino (Pg) |
|
Periodo |
Ultimo venerdì, sabato e domenica di Settembre |
|
Sito Ufficiale |
|
|
Info |
|
All'imbrunire del vespro settembrino nell'Arengo Maggiore della città di Gualdo Tadino é festa grande. L’ultima settimana di settembre, infatti, si rinnova tra le Quattro Porte l’antico “Pallium Decurrendum”. La festa trae le sue origini dalle antiche giostre che si svolgevano a Gualdo nella prima metà del 1400 in onore di San Michele Arcangelo, patrono della città. Nel corso dei secoli la tradizione si era perduta, finché all'inizio degli Anni Settanta non è stata riproposta secondo la formula della gara tra le quattro Porte (rioni) della città, riprendendo l’antica suddivisione della città in base alle porte di accesso a Gualdo che si aprivano lungo la cinta muraria, completata nel 1242 da Federico II. Il loro nome (San Benedetto, San Donato, San Facondino e San Martino) faceva e fa riferimento ad altrettanti abbazie, pievi e monasteri del territorio fuori la città murata.
Dal meraviglioso corteo storico del sabato sera, con mille personaggi in costume rinascimentale, alle affascinanti gare della domenica. Tre giorni di storia e di divertimento.
Si inizia il venerdì pomeriggio con la lettura del bando e lo scambio dei doni tra le Porte, che sancisce anche l'apertura delle storiche taverne. In serata l'esibizione della Compagnia Sbandieratori di Gualdo Tadino. Il sabato pomeriggio è il giorno delle prove. Arcieri e fiondatori “saggiano” il palchetto della piazza, succosa anticipazione della competizione dell’indomani. Di seguito l’agone diventa protagonista in piazza grande con la sfida tra i balestrieri della Compagnia “Waldum”. Il vincitore avrà l’onore di avere in consegna il Palio dei Giochi e di consegnarlo la domenica sera alla Porta vincitrice. In serata muove il meraviglioso corteo storico. Il Gonfaloniere diventa il “signore” di Gualdo ricevendo dal sindaco le chiavi della città. Le voci dei priori delle Porte rimbombano ovunque con la lettura dei bandi di sfida.
E così si arriva alla domenica, il giorno tanto atteso, dedicata la mattina alla parte tecnica delle gare (pesa dei carretti, sorteggi per gli ordini di gara, consegna dei nomi dei giocolieri) dopo la quale ogni Porta si ritira nella propria taverna. Consumato il pranzo e i riti scaramantici, ogni Porta in corteo rientra in piazza grande, detta arengo maggiore, per la sfida: cominciano i Giochi.
Quattro le prove cui i giocolieri sono chiamati a cimentarsi con il somaro assoluto protagonista delle gare.
Ecco in dettaglio le quattro sfide che assegnano il Palio alla porta vincitrice.
Per ogni gara vinta vengono assegnati 12 punti, 9 punti alla seconda classificata, 6 alla terza e 3 all'ultima. In caso di pari merito nelle gare con fionda e arco vengono effettuati spareggi a oltranza per determinare l'ordine di arrivo. In caso di pareggio nel punteggio totale finale, viene effettuata tra le porte interessate una gara di spareggio con i somari a pelo.
CORSA CON IL CARRETTO
La corsa viene effettuata singolarmente da ogni porta: il somaro esegue un giro dell’anello del centro storico della città trainando un carretto sul quale siedono un auriga, che lo conduce alla briglia, ed un frenatore. Vince la Porta che impiega il minor tempo nell'effettuare la prova.
TIRO CON LA FIONDA
Ciascun fiondatore deve riuscire a centrare su cinque tiri il maggior numero di bersagli nel tempo massimo di quattro minuti. Il bersaglio è costituito da un piatto in ceramica dal diametro di 30 cm raffigurante il cuore della Bastola, la storica nemica di Gualdo.
TIRO CON L'ARCO
L’arciere deve scoccare cinque frecce con l’arco nudo verso un bersaglio a sezioni di cerchi concentrici, posto a 25 metri dal palchetto di tiro cercando di realizzare il punteggio migliore. L'arciere ha a disposizione 5 minuti per compiere tutti i tiri.
CORSA A PELO
E' senz'altro la gara più emozionante dei giochi, per importanza e per modalità di svolgimento. Innanzitutto è la gara che in genere assegna il Palio alle Porte ancora in corsa in base ai punteggi realizzati nelle precedenti gare, e per questo motivo è la più ricca di pathos e trepidazione per i portaioli. E sicuramente la più spettacolare con i quattro fantini impegnati in una corsa simultanea cavalcando il somaro a pelo, in senso orario lungo l’anello del centro storico, in genere ricca di sorprese e colpi di scena. Il punteggio viene assegnato in base all'ordine d'arrivo, e poichè in genere è determinante per la vittoria finale, l'emozione di vedere la sagoma del proprio somaro che spunta per primo dall'ultima curva è probabilmente la più forte per il cuore di ogni portaiolo.
Al termine delle gare la Porta vincitrice riceverà il Palio e metterà al rogo la Bastola, la strega antica nemica di Gualdo a cui una leggenda attribuisce lo storico incendio che distrusse la città nel 1237. Passati gli attimi di delusione e sconforto per le porte sconfitte, nella città sarà festa grande per tutta la notte.
|
|
|
|
GIOSTRA DELLA QUINTANA
La Giostra della Quintana di Foligno è sicuramente una delle giostre all’anello più avvincenti e difficili che si svolgono in tutta Italia. La manifestazione si ispira ad una gara a cavallo risalente al XVII secolo che si proponeva di determinare l'ordine di priorità per un cavaliere d'onore nella fedeltà al principe o alla dama del cuore.
Storia
La Giostra della Quintana è documentata fin dalla metà del 1400 ed i tradizionali costumi sono sempre stati realizzati da sarti dalla città ispirati alla moda di quel periodo, ma supervisionati da una commissione artistica alla quale ne è affidata la selezione. Sontuose stoffe, velluti, pizzi geometrici, colletti rigidi e ampi mantelli drappeggiati alla spalla e ricadenti sul braccio destro, sono i veri protagonisti della festa, ed aggiungono al corteo sfarzo ed eleganza. Foligno, durante il periodo della Quintana, rivive il clima di un torneo cavalleresco del '600.
La gara
Dieci cavalieri in rappresentanza dei rioni Ammanniti, Badia, Cassero, Castrastagna, Croce Bianca, Giotti, La Mora, Morlupo, Pugilli, Spada, si affrontano al “Campo dei Giochi”, in una gara di elevata tensione e spettacolarità.
Ogni cavaliere, in sella ad un imponente destriero, compie un percorso equivalente a 754 metri lineari, segnato ad otto sulla pista del Campo. Nella intersezione di esso viene fissata una copia dell’antica statua lignea raffigurante un guerriero del XVII secolo, comunemente chiamata Quintana. Il suo braccio sinistro sostiene uno scudo con le insegne della città: il Giglio e la Croce. Il braccio destro è disteso all’esterno e la mano impugna, dal 1946, un gancio, al quale vengono appesi gli anelli che, con regolamentare lancia metallica, dovranno essere infilati dai cavalieri in sella a cavalli lanciati al galoppo. Gli anelli sono di tre diversi diametri: 10 cm. per la prima tornata, 8 e 6 cm. per le altre due. Nove in totale le carriere. Il cavaliere che nel minor tempo e con minor numero di penalità avrà compiuto la sua corsa conseguirà il premio previsto, cioè il Palio (dipinto ogni volta da un noto artista) che, la sera della vittoria, trova posto d’onore nella sede rionale, dove sono conservati quelli vinti nelle precedenti quintane.
La sera della competizione un corteo di 600 personaggi sfila per le vie della città accompagnato da coreografie e da musiche barocche mentre nei palazzi patrizi e nelle strade adiacenti la piazza principale si possono gustare le antiche ricette di piatti umbri del Seicento.
|
|
|
| Località |
Nocera Umbra (Pg) |
| Periodo |
Prima settimana di Agosto |
| Info |
|
|
Ente Palio dei Quartieri c/o Comune di Nocera U. Tel. 0742/834011 |
Il Palio dei Quartieri è una sfida tra i due quartieri della città di Nocera: Borgo San Martino e Porta Santa Croce, ognuno dei quali colloca la propria atmosfera di festa in periodi diversi.
Borgo San Martino (colori giallo-blu rappresentanti il grano, l’acqua e il cielo) ambienta la sua storia tra il 1350 e il 1450, epoca in cui si sviluppa il periodo più glorioso del comune, attraverso un corte storico e l'allestimento delle botteghe, oltre alle varie rappresentazioni di vita medievale che vuole mettere in evidenza il mondo delle differenze tra il popolo e nobili. Porta Santa Croce (colori rosso e verde rappresentanti coraggio e speranza) per la propria rievocazione prende invece spunto dal periodo che va dal 1820 al 1920. Il tutto si traduce con un corteo storico in abiti del XIX secolo, ricostruendo il centro cittadino con le arti, i mestieri e gli avvenimenti di quell’epoca.
Le gare
Il Palio prevede diverse sfide: la gara equestre del Roccio, in cui i cavalieri si cimentano con anelli e lance, con il vincitore che risulterà il più veloce e il più bravo nell’infilare un anello di 30 cm. di diametro posto a tre metri di altezza, la gara a piedi della staffetta e, infine, la gara della "Dama Infedele".
Quest’ultima, particolarmente spettacolare, prende spunto da un fatto di sangue realmente accaduto a Nocera Umbra nel 1421. In quell'anno infatti Orsolina, moglie di Ser Pietro di Rasiglia, fu accusata di adulterio con Nicolò Trinci, della nobile famiglia folignate. Ser Pietro, irato, invita i Trinci a Nocera e li uccide nel sonno. Il solo Corrado Trinci si salva dalla strage. Costui, con le proprie armate, vendica la morte dei suoi familiari mettendo a ferro e fuoco la città di Nocera con le proprie armate.
La gara della "Dama Infedele" prevede la corsa per la città di quattro atleti per rione che portano a spalla per le vie della città una portantina con sopra un rionale.Alla fine di ogni frazione la dama del rione in vantaggio deve rompere una di due brocche con all'interno i fazzoletti del rione; se troverà il proprio manterrà i punti conquistati, altrimenti li perderà. I continui cambi di pendenza delle strade percorse nel tragitto giocano un ruolo fondamentale e, allo stesso tempo, avvincente.
Precedono il Palio i cortei storici che sfilano per le vie della città in costumi d’epoca.
Nei giorni della Festa sono aperte le tipiche taverne dove è possibile assaporare la cucina tradizionale umbra.
|
|
|
|

A 6 Km da Gualdo Tadino, lungo la via Flaminia in direzione sud, c’è Roveto, un caratteristico paesino arroccato sulle pendici dell’Appennino. Di origini molto antiche (se ne trovano traccia nei documenti storici già dal 1100), ha mantenuto sempre una dimensione contenuta. Nella prima metà del ‘600 contava 14 famiglie con 69 abitanti, salite poi a 33 con 186 abitanti negli anni ’30. Di particolarmente interessante c’è la chiesa dedicata a San Carlo. Era stata costruita nel ‘600, ma nel 1901 venne ricostruita quasi per intero. La dimensione contenuta del borgo ha favorito uno spirito aggregativo dei suoi abitanti particolarmente intenso. Tanto è vero che nel ‘700 diedero vita ad una Confraternita del Rosario e del Sacramento, oggi scomparse. La particolare tipologia del paese e lo spirito collaborativo degli abitanti favorì la concretizzazione di un’idea legata alla natività. Un presepio vivente con l’idea centrale di rappresentare la civiltà contadina così com’era fino a circa gli anni ’50, quando cominciò la nuova era industriale e lo sviluppo tecnologico cambiò le abitudini ed i ritmi di vita di chi lavorava la terra. . La prima rappresentazione ebbe luogo nel 1989, con la realizzazione della sola natività. Con il passare del tempo le cose sono evolute, come le conoscenze e le iniziative: gli spaccati di vita contadina sono arrivati a quasi quaranta, comprendendo numerosissime lavorazioni: dal fabbro all’arrotino, dalla scuola alle lavandaie, passando per la lavorazione della lana e cosi via... Passeggiando per le vie del paese e assaggiando i prodotti tipici del territorio, come il vin brulé e le bruschette, si riesce a capire la semplicità della società che si va a rappresentare, riuscendo anche a cogliere lo spirito di un Natale di altri tempi, del Natale dei nostri nonni…il Natale della civiltà contadina che la comunità di Roveto vuol far rivedere in occasione delle festività natalizie. Interrotto nel periodo del terremoto, è stato rilanciato nel Natale del 2002 riprendendo così una delle tradizioni più belle, delle più schiette e genuine, che si richiamano alla semplicità francescana, alla religiosità, alla cultura popolare, che si miscelano felicemente, capaci di coinvolgere tanta gente, con le suggestioni che caratterizzano la rappresentazione sacra della quale i protagonisti sono proprio loro, tutti gli abitanti del paese. Il singolarissimo presepio, infatti, si concretizza su un palcoscenico grande quanto l'intero abitato della frazione: le case, le stalle, i laboratori diventano finestre su tanti aspetti della vita collettiva del passato, con la scuola, la falegnameria, il mulino dell'olio, del grano, del granoturco, la fucina del fabbro, le stalle, la lavorazione del latte e quant'altro, che richiamano efficacemente la vita e la cultura contadina d'inizio del nostro secolo. E che coinvolgono i visitatori; i quali possono passeggiare, ammirati, lungo le erte viuzze del paesino, senza luci artificiali, per vivere in un presepe che conclude il suo itinerario nella capanna, dove ci sono Maria e Giuseppe insieme al Bambino, tra un bue ed un asinello vivi e che riscaldano il Natale di tutti. Una tradizione bella, coinvolgente, suggestiva, che non ha nulla a che vedere con le tante sagre e che è davvero ben lontana dalla società consumistica: non mancano piccoli assaggi di olio, di maiale, di bruschetta, di pizza e di ottimo vin brulè scaldato alla fiamma del fuoco che brucia all'aperto; ma tutto viene offerto in dono, con generosità e spirito di fratellanza.
Il programma
24 dicembre SS. messa ore 21.15, in seguito prende vita il presepe.
25 e 26 dicembre dalle 16.30 rivive il presepe.
La Grande Fiera ripropone, anche per la sua caratterizzazione, la "Fiera del Pian di Gualdo" che fu istituita con breve pontificio del 1693, trasferita poi nel capoluogo nel 1927.
L’intero centro storico, nell’antico percorso delle Fonti Cittadine, è interessato da oltre 150 espositori di prodotti tipici, artigianato, antiquariato, alimentari, oggettistica per la casa, calzature, abbigliamento, ecc, oltre ad esposizioni di ceramiche artistiche locali ed è caratterizzata dalla presenza, mescolati alla folla lungo le vie, di pittori che dovranno realizzare un dipinto che a fine giornata una giuria giudicherà premiando i primi tre classificati in denaro e tutti i partecipanti con oggetti tipici. Il tutto condito da tanta animazione con artisti di strada e musica.
|
|
|
|
|
|
|
|